La biopsia può essere dannosa e dare un vantaggio al tumore?

La ricerca scientifica fornisce la prova inconfutabile del pericolo che rappresenta la biopsia sistematica in particolare a livello del seno e della prostata.

È studiando i fenomeni dell’infiammazione che i ricercatori hanno scoperto che l’infiammazione scatenata dalla lesione del tessuto e incaricata di ricostituire il tessuto stesso, è deviati dal tumore per svilupparsi e progredire.

Durante l’infiammazione, che è nata dalla lesione (traiettoria dell’ago o del mammotome), viene stimolata l’angiogenesi (formazione di nuovi vasi sanguigni) per rivascolarizzare il tessuto danneggiato e consentire la sua ricostruzione.

Dopo una ferita, si forma un coagulo sanguigno e le piastrine stimolano l’infiammazione chiamando in aiuto dei macrofagi.
Questi ultimi secernono delle proteine che partecipano alla ricostruzione dei tessuti danneggiati (EGF, MMP, VEGF). Queste proteine sono fattori di crescita.

L’infiammazione provocata in questo modo rappresenta un vantaggio per il tumore poiché gran parte del processo infiammatorio dedicato alla ricostituzione del tessuto provoca gli stessi meccanismi di cui il tumore ha bisogno per crescere.

L’infiammazione agisce come un potente promotore tumorale.

Inoltre, degradando la matrice extracellulare, i macrofagi, attratti da un fattore infiammatorio il PDGF emesso dalle cellule tumorali, favoriscono l’infiltrazione delle cellule tumorali nel tessuto sano che attiva la progressione del tumore verso uno stadio invasivo.

Infine, il tumore crea un ambiente locale che impedisce la risposta immunitaria antitumorale.
Questi studi rimetteranno in discussione l’utilità e soprattutto la cosiddetta innocuità delle biopsie. Gli oncologi dovranno rivedere rapidamente la loro concezione altrimenti ne saranno presto responsabili davanti ai tribunali.

Fonte:



L’ago diagnostico, introdotto per raggiungere i tessuti da esaminare e asportarne un frammento, può disseminare cellule cancerogene durante la procedura di estrazione? C’è inoltre chi parla del processo infiammatorio, riconducibile alla piccola lesione causata dall’introduzione dell’ago, come vantaggio di crescita per il tumore.

Sono questi alcuni degli interrogativi che sempre più frequentemente vengono sollevati su uno degli esami diagnostici più largamente utilizzati, che consiste nel prelievo e nell’analisi di una porzione di tessuto biologico per escludere o confermare un sospetto di malattia. Possiamo anche affermare che le pubblicazioni scientifiche che troviamo sulla questione hanno avuto scarsa diffusione, e quasi inesistente in paesi come l’Italia.

Nel 1974, il dottor Philip Rubin dell’Università di Rochester scrisse che le biopsie chirurgiche possono contribuire, in alcuni casi, alla diffusione del cancro. Ad affermarlo anche il John Wayne Cancer Institute di Santa Monica, California, che ha condotto uno studio su 663 donne con cancro al seno:

la metà aveva subito biopsia mammaria, mentre nei restanti casi si era provveduto all’asportazione chirurgica della massa tumorale senza effettuare biopsia.

I risultati riportati nella pubblicazione scientifica ‘Manipulation of the primary breast tumor and the incidence of sentinel node metastases from invasive breast cancer‘, hanno evidenziato che nelle pazienti che avevano subito la biopsia, prima dell’asportazione chirurgica della mammella, c’era il 50% in più di probabilità di diffusione del cancro attraverso il linfonodo sentinella.

Circa dieci anni dopo, nel 2014, lo studio è stato ripreso con una nuova pubblicazione effettuata dagli scienziati K. Shyamala, H. C. Girish, Sanjay Murgod del Department of Oral and Maxillofacial Pathology, Rajarajeswari Dental College and Hospital, Bengaluru, Karnataka, India: ‘Risk of tumor cell seeding through biopsy and aspiration cytology‘.

Come suggerito dal titolo della pubblicazione gli scienziati affrontano il problema del rischio di disseminazione delle cellule tumorali attraverso la biopsia e l’aspirazione citologica. Le cellule tumorali, riporta lo studio, oltre che riprodursi in maniera incontrollata, perdono la coesione e la sistematicità dal tessuto normale, staccandosi così dal tumore primario e iniziando a viaggiare sino a creare colonie altrove.

Le cellule neoplastiche mancando di coesione, proprio per la loro capacità di migrare e colonizzare, rischiano quindi di disseminarsi durante la biopsia o un intervento chirurgico o durante una semplice procedura di ago aspirato.

Per ulteriori spunti sulla questione vi invitiamo alla lettura di questa ulteriore pubblicazione scientifica: ‘Prevention of tumour cell dissemination in diagnostic needle procedures‘ (Prevenzione della diffusione delle cellule tumorali nelle procedure ago diagnostiche).

Nell’abstract si legge:

«un effetto collaterale delle biopsie diagnostiche è la possibilità di diffondere cellule tumorali nella traccia dell’ago, che può causare preoccupazione in alcuni tipi di tumore maligno».

Fonte:

Emanuele/Associazione per la Ricerca di Rossella Puccio



TUMORE ALLA PROSTATA E BIOPSIE

Il tumore alla prostata è uno di quelli con cui di solito si muore, non di cui si muore.

Ma test clinici “di prevenzione” possono risolvere questo gravoso problema (per l’industria farmaceutica), convincendo molte persone di avere un tumore che non hanno o di cui non dovrebbero preoccuparsi.

Si inizia con il test PSA, un marcatore che ha quasi nessuna validità per predire la possibilità di un tumore, e che, fra l’altro ha un notevole margine di errore.
Quasi sempre il PSA risulterà “troppo elevato”, anche perché la definizione di “troppo elevato” viene aggiustata periodicamente come quella del colesterolo “troppo alto”.

Una volta ottenuto un risultato positivo, si entra nella ruota del criceto e di solito non se ne esce se non con i piedi in avanti (da morti). Il passo successivo, “fortemente consigliato” è la biopsia. Da notare che il test viene spinto dai medici spesso con la frase “tanto non è invasivo”, ma porta quasi sempre ad un lungo ago infilato in aree dove non vorreste neppure una piuma.

Il problema, come mostrano tantissime ricerche mediche che apparentemente non riescono a raggiungere gli oncologi, è che anche la biopsia ha un margine di errore enorme, e riporta molto spesso falsi positivi, portando così al passo ancora successivo: operazione chirurgica ed asportazione della prostata.

Operazione che molto spesso lede il nervo che passa intorno alla prostata, portando ad incontinenza ed incapacità di ottenere un salve regina, cosa che ad alcuni maschietti potrebbe dispiacere.
Il problema della biopsia fallace è così manifesto che ci sono molti oncologi che spingono per fare biopsie guidate dalla risonanza magnetica, sempre fallaci ma un po’ meno.

Ma perché mai ridurre il numero di pazienti che rimarranno quasi sicuramente pazienti a vita?

Fonte:

  • Anonimo Nutrizionista

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